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LETTERA APERTA


Domani mi verrà restituito quel diritto di prendere il via al campionato italiano che lo scorso anno, pur avendone io tutti i requisiti, con cavilli burocratici pretestuosi mi è stato negato da chi governa il ciclismo italiano.

Potrò gareggiare con animo sollevato perché il 30 aprile 2015 dopo un interminabile processo con l'accusa di doping ai Giochi Olimpici 2008, processo celebrato davanti ai giudici sportivi, a giudici variamente assortiti che sentenziano dai media e, finalmente, a un giudice dello Stato, il tribunale di Padova con formula piena mi ha '' assolto da tutte le imputazioni perché il fatto non sussiste''. Nel contempo ha evidenziato che la sentenza a mio sfavore della giustizia sportiva è frutto di valutazioni non sufficientemente fondate, come invece la giustizia ordinaria richiede per un valido pronunciamento. E' stata una lunga battaglia, più estenuante di qualsiasi corsa, ma è la vittoria più giusta e più importante della mia carriera.

Ben pochi conoscono la mia vera storia, ma, pur senza stare a rivangare una volta di più tutti i dettagli di questa vicenda, a quanti mi hanno criticato vorrei solo ricordare che da subito ho cercato di difendermi e di dimostrare la mia innocenza, ma non sono stato ascoltato e ancora meno creduto e nemmeno ho avuto risposte quando ho lamentato le irregolarità e il mancato rispetto delle procedure dei controlli: Su 7 campioni di sangue prelevati: 4 sono spariti, 1 avariato, 1 il sangue era troppo poco e non si poteva analizzare e 1 positivo ma passati tra le mani di chi? non sappiamo (non c'è una documentazione sulla corretta catena di custodia e non sappiamo chi ha tenuto i campioni a Pechino ne dove erano in quei mesi prima del esame a Losanna... quando invece la procedura avrebbe dovuto essere chiara, precisa e documentata...

Ho subito ingiustamente una squalifica di due anni, ma è come se fosse stata di sette, avendo trovato al mio rientro nel 2011 tante porte chiuse da parte di squadre, organizzatori e media a causa dell'ostracismo che le istituzioni sportive nazionali e internazionali, in particolare quelle ciclistiche, hanno dettato contro di me per aver osato contrastarle con tutti i mezzi leciti a mia disposizione. Così mi sono trovato a perdere più energie nel cercare di poter fare come tutti il mio lavoro in modo giusto e dignitoso che nel fare pesanti allenamenti e pochissime gare, per non parlare poi dei danni morali, esistenziali ed economici patiti.

Sapendo di essere nel giusto, ho resistito alle pressioni psicologiche che volevano farmi dire l'opposto e questa buona coscienza con me stesso mi ha permesso di non mollare e di affrontare tutte le difficoltà e le ingiustizie senza abbassare la testa e senza mai perdere di vista il mio obbiettivo principale: fare il mio lavoro, come ne avevo diritto e farlo mettendoci tutto il mio cuore, come ho sempre fatto. E seguire sempre i miei sentimenti e le mie emozioni senza mai lasciarmi indebolire da nessuno. Sarebbe stato più semplice arrendermi, chinare il capo e prendere la via più facile accollandomi colpe che non ho, ma avrei tradito me stesso. Ero determinato a difendere la mia dignità, sostenendo la verità e credendo nella giustizia. Il percorso era ingrato e doloroso come quando si fa duro in corsa e si è tentati di mollare, ma in quei momenti di estrema sofferenza occorre perseverare, stringere i denti e raggiungere il traguardo da vincitore, quali che siano le condizioni. Ma non c'è pace senza giustizia e questi sono stati sette anni di calvario anche perché temevo che tutto andasse in prescrizione, quando invece per me era importante che la sentenza arrivasse prima per ottenere l'assoluzione piena. E finalmente l'assoluzione piena è arrivata.

Ma ora chi mi ridà quel che mi è stato tolto?

Corse a me tanto care come le grandi classiche dove mi è stata negata la partecipazione, visibilità, possibilità di essere in grandi squadre, la medaglia Olimpica e, prima ancora, la serenità mia personale e della mia famiglia. Chi porrà riparo alla tristezza di mia moglie Françoise che mi ha conosciuto e amato nel periodo più difficile della mia vita e ha dovuto subire anche lei questa situazione ingiusta vedendo considerato suo marito alla stregua di un criminale, quando invece criminale era questo accanimento nei miei confronti, senza mai voler ascoltare la mia verità, preferendo giudicare, condannare e vietarmi l'accesso ai miei sogni che come ogni persona avevo diritto di realizzare.

Voglio anche riferirmi a certi articoli usciti senza mai intervistarmi o a quando di fronte ad una mia buona prestazione si ricordava sempre la mia squalifica e dove si scrivevano cose false come quella che non è possibile vincere alla mia età, e tante altre bugie diffamatorie che ho sentito su di me. Io mi sento di rispondere a questa gente: prima di giudicare senza conoscere la mia vita, prendete e mettete le mie scarpe, fate il cammino che ho percorso io, cadete dove sono caduto io, ricevete le pietre che mi hanno tirato addosso, rialzatevi e andate avanti sempre e nonostante le numerose barriere, porte chiuse, persone ingrate e malevoli che proveranno a fermarvi, continuate a soffrire sulla bici e dedicare la vostra vita al ciclismo con costanza, convinzione e fede. Dopo vi sarà sicuramente più difficile rovinare senza scrupoli la vita di un uomo e della sua famiglia.

La cosa più importante è che non sono riusciti a piegarmi, indebolirmi, togliermi l'entusiasmo. Non sono riusciti a rubarmi la mia PASSIONE rimasta intatta e più viva che mai. La ferita di ieri è diventata la mia forza di oggi.

A chi mi ha voluto male dico solo: CE L'HO FATTA!

A chi mi ha creduto e voluto bene non finirò mai di dire GRAZIE!

26 Giugno 2015